Innovazione amministrativa e rappresentanza del lavoro: un nodo ancora irrisolto
A cura di Giovanni Firera, Presidente Regionale UNSIC Piemonte
Il testo sulla modernizzazione della Pubblica Amministrazione individua correttamente nel capitale umano, nella cultura organizzativa e nella leadership i principali fattori di successo del cambiamento. Tuttavia, proprio questa impostazione mette in luce un nodo critico che resta spesso sullo sfondo del dibattito pubblico: il ruolo della rappresentanza sindacale e la sua capacità di interpretare e governare un mondo del lavoro profondamente trasformato negli ultimi vent’anni.
La PA descritta nel testo è chiamata a essere più agile, orientata ai risultati, capace di attrarre competenze nuove e di valorizzare il merito. Ma questo scenario entra in tensione con assetti contrattuali, modelli di tutela e forme di rappresentanza che, in molti casi, restano ancorati a una concezione del lavoro pubblico novecentesca, fondata sulla stabilità come valore assoluto, sulla difesa delle posizioni acquisite e su una logica prevalentemente redistributiva.
Il mutamento del lavoro – segnato da digitalizzazione, automazione, nuove professionalità, discontinuità delle carriere e crescente ibridazione tra competenze tecniche e relazionali – richiederebbe sindacati capaci di esercitare un ruolo non solo rivendicativo, ma strategico. In particolare, la modernizzazione della PA avrebbe bisogno di una rappresentanza in grado di accompagnare il cambiamento, negoziando non solo salari e orari, ma anche modelli organizzativi, sistemi di valutazione, percorsi di formazione continua e nuovi equilibri tra diritti e responsabilità.
In questo senso, emerge una diffusa inadeguatezza culturale e progettuale. L’innovazione viene spesso percepita come una minaccia più che come una leva di qualificazione del lavoro pubblico. L’introduzione dell’intelligenza artificiale, dei sistemi di performance e delle nuove forme di leadership incontra resistenze che non sono solo individuali, ma strutturali, e che riflettono una difficoltà della rappresentanza sindacale a misurarsi con la complessità del presente.
Il rischio è duplice. Da un lato, una PA che investe in tecnologia e formazione senza riuscire a trasformare davvero i comportamenti organizzativi, rimanendo prigioniera di logiche difensive. Dall’altro, sindacati che, non intercettando le nuove generazioni e le nuove professionalità, perdono progressivamente capacità di rappresentanza reale, soprattutto nei segmenti più innovativi e qualificati del lavoro pubblico.
Ma questi elementi non possono svilupparsi pienamente senza un ripensamento profondo delle relazioni industriali nel settore pubblico. La sfida non è ridurre il ruolo dei sindacati, bensì ridefinirlo: da attori della conservazione a protagonisti della transizione, capaci di coniugare tutela dei diritti, qualità del lavoro e interesse generale.
In assenza di questo salto di qualità, la modernizzazione della Pubblica Amministrazione rischia di restare incompiuta. Il futuro del lavoro pubblico si giocherà sempre più sulla capacità di apprendere, adattarsi e innovare. Se la rappresentanza non sarà in grado di accompagnare questo processo, il divario tra istituzioni, lavoratori e società è destinato ad ampliarsi, indebolendo proprio quel valore pubblico che la riforma intende rafforzare.
Giovanni Firera
Presidente Regionale UNSIC Piemonte

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